Comparsa del gozzo, anomalie dello sviluppo somatico, danni al sistema nervoso e, nelle situazioni più gravi, deficit intellettivo, ritardo mentale e cretinismo, oltre a possibilità di aborto, e di anomalie congenite del feto.

Sono questi solo alcuni dei cosiddetti “disordini da carenza iodica”, ovvero le conseguenze patologiche provocate da un deficit di iodio, che variano di importanza in base alla durata e alla gravità della carenza.

Oggi sappiamo bene che questi problemi sono determinati da un malfunzionamento della tiroide, che ha bisogno di un adeguato apporto di iodio per sintetizzare la quantità di ormoni T3 e T4 necessaria a regolare alcune funzioni metaboliche, tra cui lo sviluppo del sistema nervoso centrale e l’accrescimento corporeo.

Ma quando l’apporto di iodio si può considerare adeguato? Ovvero, qual è la quantità ottimale di questo micronutriente che va assunta quotidianamente? La questione appare di massima rilevanza, considerando che i disordini da carenza iodica interessano circa il 30% della popolazione mondiale, compresi soggetti particolarmente vulnerabili, quali donne in gravidanza, neonati e bambini in età scolare.

Prima di rispondere alla domanda sulle quantità raccomandate, meglio specificare però che assumere quantità di iodio, anche molto superiori al fabbisogno giornaliero, non è rischioso in assenza di patologie sottostanti, perché le quantità in eccesso vengono eliminate dal nostro organismo con le urine.

Ciò premesso vediamo nella tabella quali sono le dosi raccomandate e i livelli massimi di assunzione, divisi per fasce d’età, secondo le indicazioni dell’Institute of Medicine (IOM) americano e della Commissione Europea per la Salute e la Protezione dei Consumatori.

 

Età Dose raccomandata
μg/die
Livelli massimi IOM
μg/die
Livelli massimi CEU μg/die
1-3 anni 90 200 200
4-6 anni 90 250 300
7-8 anni 90 300 300
9-10 anni 120 300 600
11-13 anni 120 450 600
14 anni 150 450 900
15-17 anni 150 500 900
Adulto 150 600 1.100
Gravidanza 220 600 1.100 (> 19 anni)
Allattamento 290 600 1.100 (> 19 anni)
Nei periodi di gravidanza e allattamento il rispetto delle dosi raccomandate è fondamentale per evitare danni al feto, e soprattutto nelle aree iodiocarenti (l’Italia è considerato un Paese a carenza iodica moderata), la sola assunzione di sale iodato potrebbe non bastare e rendersi necessaria una supplementazione con integratori alimentari specifici contenenti iodio.

Dall’attività di monitoraggio del Programma Nazionale per la Prevenzione dei Disordini da Carenza Iodica, condotta nel 2014 dall’Istituto Superiore di Sanità, è emerso infatti che in diverse regioni italiane le donne in gravidanza che non assumevano integratori, presentavano i segnali di una possibile carenza iodica.
Anche l’American Thyroid Association raccomanda ad esempio l’assunzione di integratori contenenti 150 μg/die di iodio durante gravidanza e allattamento.

Poco sale ma iodato
Resta da sottolineare che per favorire il raggiungimento delle quantità indicate nella tabella, è consigliata dagli esperti l’assunzione (a crudo) di sale arricchito con iodio. La campagna di sensibilizzazione “Poco sale ma iodato”, in corso da anni nel nostro Paese e sostenuta dal Ministero della Salute, ribadisce a riguardo che la quantità media di iodio assunta normalmente con la dieta non è sufficiente a soddisfare il nostro fabbisogno giornaliero, e che di conseguenza il modo migliore per aumentarne i livelli è proprio quello di utilizzare il sale iodato al posto di quello comune, nell’ambito di una dieta variata.

Tra l’altro la iodoprofilassi con sale iodato non è incompatibile con la riduzione globale del consumo di sale per la prevenzione delle malattie cardiovascolari e di altre patologie: un recente studio italiano mostra che 5 g/die di sale garantiscono un apporto iodico adeguato sia negli adulti sia nei bambini, e questa quantità rispetta pienamente il limite di 2 g/die di sodio, suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la riduzione del rischio cardiovascolare.