Solo molto raramente (0,3% dei casi), i noduli tiroidei inizialmente diagnosticati come benigni evolvono in tumore. Questo uno dei dati più rassicuranti emersi dallo studio tutto italiano coordinato dal Prof. Sebastiano Filetti dell’Università Sapienza di Roma, insieme a un team di medici di diversi Centri universitari e ospedalieri del nostro Paese.

La rilevanza di questo studio, recentemente apparso sulla prestigiosa rivista JAMA  – The Journal of the American Medical Association, è stata sottolineata anche nell’editoriale della pubblicazione, dove si è posto l’accento sull’impatto che i risultati potranno avere sulle linee guida internazionali per la gestione dei noduli tiroidei, che attualmente raccomandano ecografie e citologie ripetute in presenza di un accrescimento del nodulo.
Il Prof. Filetti spiega a questo proposito che ad oggi effettivamente manca un consenso sulla procedura ottimale di follow-up dei noduli benigni.

La ricerca ha preso in considerazione 992 pazienti con almeno 1 nodulo benigno e senza disfunzioni della tiroide, sottoponendoli annualmente a indagini ecografiche per un periodo di 5 anni, così da poter misurare eventuali cambiamenti in assenza di terapia.
I risultati hanno evidenziato che la maggioranza dei noduli non ha subito un aumento di dimensioni in questo arco temporale e, in ogni caso, ha mantenuto la diagnosi di benignità iniziale, confermando la validità dei controlli citologici con ago aspirato.

Da un altro lato, i dati raccolti hanno dimostrato che, anche senza esami citologici, la dimensione inferiore a 1 cm e l’assenza di caratteristiche sospette rilevate da un controllo ecografico, garantiscono un’affidabile previsione di benignità.
In definitiva si può quindi affermare che questi noduli non richiedono una terapia e nemmeno frequenti controlli ecografici, con conseguente riduzione dei costi sanitari.