Il binomio sport e tiroide è senza dubbio poco noto, ma si tratta invece di un legame molto significativo, che va preso in considerazione quando si pratica un’attività agonistica o amatoriale, poiché una buona funzionalità tiroidea risulta indispensabile per una pratica sportiva salutare e di soddisfazione, a qualunque livello. E se non tutto “quadra”, la terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina può risultare fondamentale.

Con l’aiuto del Prof. Angelini (Presidente della Società Italiana Nutrizione dello Sport e del Benessere) cerchiamo di individuare i punti fondamentali di questa particolare correlazione, dai quali emerge l’importanza fondamentale di una adeguata terapia sostitutiva, ai fini di ristabilire l’equilibrio degli ormoni tiroidei per poter proseguire senza problemi con gare e allenamenti.

Guarda l’intervista al Prof. Angelini sull’importanza della funzionalità tiroidea per chi fa sport


Se la tiroide non funziona come dovrebbe…


Scarsa resistenza, difficoltà nel recupero, intensa sudorazione, spossatezza. Sono tutti sintomi che, manifestati da un atleta, potrebbero in alcuni casi far pensare a una tiroide che non funziona come dovrebbe.

Va premesso che in ogni caso, anche in presenza di alterazioni tiroidee, normalmente non sussistono controindicazioni alla pratica sportiva, poiché la sintomatologia tende a risolversi con l’assunzione di un’adeguata terapia sostitutiva con levotiroxina.

Perché una funzione tiroidea ottimale è indispensabile per lo svolgimento dell’attività sportiva agonistica o amatoriale? La ragione principale è che gli ormoni tiroidei hanno un diretto impatto sul nostro metabolismo; le loro oscillazioni si adattano allo sforzo prodotto dal nostro fisico e possono condizionare negativamente anche la performance sportiva. In pratica, il metabolismo tiroideo viene messo sotto pressione dallo sport, e una tiroide non in “perfetta forma” potrebbe non essere in grado di provvedere alle richieste ormonali dell’organismo.

Più precisamente, durante uno sforzo intenso e prolungato la ghiandola tiroidea si adatta, diminuendo nel tempo la produzione di ormoni attivi, a vantaggio di un ormone inattivo (la reverse T3), per permettere all’organismo di sostenere lo sforzo stesso. Ecco perché il livello di ormoni tiroidei può anche essere considerato un marker dello stato di fatica di un atleta: eventuali alterazioni della funzione tiroidea potranno essere lette come una difesa dell’organismo nei confronti di un’attività fisica ad alta intensità protratta nel tempo.

Malattie della tiroide e performance sportiva: guarda l’intervista al Prof. Angelini



Sia gli atleti professionisti, sia gli sportivi amatoriali – e soprattutto quelli non più giovanissimi – devono essere sempre valutati anche dal punto di vista della funzione tiroidea in particolare quando le prestazioni subiscono cali imprevisti, perché in questi casi non è raro riscontrare alterazioni della funzionalità, o anche vere e proprie patologie della tiroide che pregiudicano la performance e, in generale, il piacere di fare sport.

La patologia più frequente è sicuramente quella dell’ipotiroidismo subclinico, in cui la tiroide non presenta grandi variazioni nella propria funzione: ci può essere solo una lieve alterazione del TSH, magari con presenza di anticorpi anti-tiroide positivi, che possono segnalare una tiroidite cronica autoimmune, oppure si possono manifestare delle oscillazioni legate all’eccessiva attività fisica.
In questi casi è indispensabile una terapia ormonale sostitutiva se si tratta di un atleta professionista, perché la sua attività risulta danneggiata, ma soprattutto perché la salute è più importante della performance.

Ma anche nel caso di un “amatore”, per fare sport bisogna avere una funzione tiroidea perfetta, dunque in presenza di una patologia “lieve” come l’ipotiroidismo subclinico è necessario intervenire con l’assunzione di levotiroxina, mentre negli altri casi si può cercare di aiutare la tiroide a produrre e metabolizzare gli ormoni con un approccio nutrizionale e di supplementazione ad hoc, con selenio, zinco, ecc.

Ipertiroidismo, che fare? I consigli del Prof. Angelini



Una patologia con cui lo sportivo si può a volte scontrare è l’ipertiroidismo, ovvero la tiroide che funziona troppo. Normalmente gli atleti si rivolgono a uno Specialista perché hanno dei sintomi tipici, quali frequenza cardiaca più elevata, dimagrimento, eccessiva sudorazione in condizioni climatiche favorevoli. Guarda la videointervista.

Si tratta in questo caso di una malattia che non consente di riavviare l’atleta alla performance sportiva prima di aver ottenuto la stabilizzazione della funzione tiroidea.

Con l’attività fisica si rischierebbe di “accelerare” ulteriormente un metabolismo già alterato dalla patologia; in particolare la frequenza cardiaca, stimolata dagli ormoni tiroidei in eccesso, sotto sforzo aumenterebbe pericolosamente. In questo caso è necessario “frenare” l’attività e tenere il paziente a riposo, fino a quando la situazione clinica ormonale sia ristabilita per mezzo della terapia.


Noduli tiroidei, bisogna preoccuparsi? Il video-parere del Prof. Angelini



Nella valutazione della funzionalità tiroidea degli sportivi è meglio inserire anche l’ecografia tiroidea, oltre alla palpazione manuale, per scoprire eventuali patologie nodulari della tiroide.
Bisogna tenere presente che il nodulo tiroideo è una patologia molto frequente soprattutto in Italia, dove abbiamo ancora carenza di alcuni micro elementi come lo iodio – in primis – e il selenio, ma hanno un peso anche alcuni contaminanti ambientali, i cosiddetti endocrine disruptor, che alterano la funzionalità del sistema endocrino e l’ormonogenesi, facilitando a volte la formazione di noduli tiroidei.

Come ci si comporta quando si scopre uno o più noduli? Dipende dai casi, ovvero bisogna capire se la tiroide è normofunzionante o iperfunzionante, oppure se si è in presenza di un aumento del suo volume, cioè di gozzo, e agire di conseguenza.

Vanno valutate con attenzione sia la funzione tiroidea, sia la presenza di anticorpi tiroidei positivi, ed eventualmente dare il via a ulteriori indagini anche su altri organi che potrebbero essere colpiti da patologie autoimmuni.
In ogni caso è necessario uno screening diagnostico e, se il nodulo presenta caratteristiche ecografiche di sospetto, bisogna effettuare un esame citologico, e in base al responso stabilire con lo sportivo gli step di cura.
Anche nel caso si prospettasse la necessità di un intervento chirurgico, ci troviamo di fronte a patologie gestibili e senza carattere di urgenza, perciò tempi e modalità possono tranquillamente essere concordati con lo staff tecnico dell’atleta, nel caso sia un professionista. L’importante in questi casi è non trasmettere ansia e fornire risposte chiare al paziente, che da parte sua deve essere consapevole dell’iter terapeutico da percorrere.

Quando la tiroide non c’è più: la terapia sostitutiva somministrata “in serie”. Ne parla il Prof. Angelini



Atleti amatoriali o professionisti che hanno subito un intervento di tiroidectomia, ovvero di asportazione della ghiandola tiroidea, possono senz’altro proseguire la loro attività sportiva, a patto che venga seguita un’adeguata terapia ormonale sostitutiva.
Naturalmente in tutto ciò è necessario considerare la natura della patologia che ha portato all’intervento: la differenza tra un paziente con carcinoma tiroideo, rispetto a un altro operato ad esempio per gozzo multinodulare o per un nodulo che provocava una compressione sulle vie respiratorie, sta principalmente negli step successivi.
Un paziente sottoposto ad accertamenti annuali o semestrali, a seconda del follow-up stabilito per il carcinoma tiroideo, dovrà adattare la terapia alle varie fasi degli accertamenti, mentre negli altri casi la terapia sostitutiva deve avere come obiettivo di portare gli ormoni FT4, FT3 e TSH a livelli ottimali. In pratica, quello che di solito fa l’organismo durante la performance sportiva, deve essere fatto dal paziente/atleta con la somministrazione esogena, così da poter svolgere la propria attività nelle migliori condizioni possibili.

Un aspetto importante in tutto questo è valutare la tipologia di sforzo compiuto dallo sportivo: se si tratta di un impegno prolungato è consigliabile un’assunzione sequenziale della levotiroxina. Bisogna in altre parole sostituire il lavoro normalmente eseguito dalla tiroide che ora non c’è più, e modulare il rilascio dell’ormone tiroideo in base allo sforzo.

Utile perciò effettuare delle somministrazioni in serie, ad esempio con una parte al mattino e un’altra al pomeriggio; in questo senso forniscono un prezioso aiuto le ultime formulazioni di levotiroxina liquida, che non vengono influenzate dall’assunzione di cibo e che garantiscono ottimo assorbimento e biodisponibilità dell’ormone.
In certe situazioni la levotiroxina liquida, può persino essere inserita direttamente nella bevanda idratante dell’atleta.

Che fatica perdere peso!


La valutazione della funzione tiroidea è importante anche quando il paziente espone al medico la semplice richiesta di perdita di peso.

Un dubbio ricorrente riguarda se la difficoltà di dimagrire, nonostante una dieta attenta e la costante attività fisica, possa dipendere da un problema alla tiroide.

Su questo punto è necessario sgombrare il campo e chiarire che in questi casi la tiroide non è la responsabile diretta dell’aumento di peso. È piuttosto un atteggiamento restrittivo nei confronti dell’alimentazione senza obiettivi precisi, unito a un’attività fisica intensa che tende a esaurire le energie dell’organismo e a creare squilibri.

La tiroide, insomma, più che attrice diventa “vittima” della situazione. In altre parole, mette in atto un sistema “difensivo” in risposta all’eccessivo dispendio fisico, attraverso il quale diminuisce la produzione di FT3, l’ormone tiroideo attivo in grado di aumentare il nostro metabolismo, accrescendo allo stesso tempo la produzione di reverse T3, l’ormone di “risparmio energetico”, e portando così a una sorta di blocco metabolico.
In definitiva, con uno stile di vita non equilibrato dal punto di vista del consumo energetico, spesso si riscontra una funzione tiroidea non ottimale, anche se il soggetto non soffre di patologie tiroidee.

Tendini e tiroide


La funzione tiroidea è come sappiamo molto importante per il funzionamento di tutti i nostri organi e apparati. Ultimamente, sono emerse delle novità estremamente interessanti che correlano sempre di più la funzione tiroidea all’attività sportiva.

Soprattutto in alcuni sport, dal calcio al basket, agli sport di endurance, al podismo non sono rare le situazioni di patologia tendinea, sia acuta sia cronica. Può sembrare strano, ma in questi casi può essere consigliabile effettuare una valutazione della funzione tiroidea.
Ove fosse presente una malattia della tiroide, la terapia con levotiroxina che verrà prescritta, diventa anche un ottimo aiuto per la cura delle patologie ai tendini, che altrimenti sarebbero da trattare con terapie infiltrative anche per lunghi periodi.

Il professor Maffulli, un medico sportivo Italiano che lavora a Londra, ha compiuto studi estremamente interessanti in tal senso, dimostrando una chiara correlazione tra la funzione tiroidea e due forme di tendinopatia: la tendinopatia scapolo-omerale e la tendinopatia achillea.
Secondo le sue ricerche l’ormone tiroideo va a incidere sulla rigenerazione tendinea, in particolare sulla sintesi di una sostanza chiamata proto-collagene1, che è il maggior costituente dei nostri tendini.

Qualunque sia lo sport praticato, quando si verificano tendinosi, ripetute alterazioni infiammatorie dei tendini o una tendinopatia cronica, va dunque senz’altro valutata la funzione tiroidea. In primo luogo perché si potrebbe scoprire una patologia subclinica che non si sapeva di avere, e in secondo luogo perché il ristabilirsi della funzione tiroidea con la terapia ormonale (oppure, in assenza di patologie, con la supplementazione ad esempio di selenio, zinco e acidi grassi omega-3), può accelerare i processi di guarigione e soprattutto prevenire le recidive, molto frequenti in questo tipo di patologia.

 
Ultimo aggiornamento 16/03/2016